La vocazione del nostro Collegio: accogliere i giovani e farli sentire amati intervista alla direttrice Carlotta Testa

Qualcosa a cui dovresti essere chiamato, che è scritto dentro di te e deve venire alla luce: la vocazione è un concetto tanto fondamentale per la nostra vita quanto non immediato da comprendere. «Sostantivo femminile derivato dal latino “vocatio”, propriamente “chiamata, invito”, derivato dal verbo vocare, “chiamare”»: questo ci dice il dizionario Treccani. Ma nella concretezza della nostra vita, che cosa si intende con vocazione? Si può parlare di una vocazione del nostro Collegio?

Facciamoci aiutare da Carlotta Testa, direttrice del Collegio Santa Chiara.

Carlotta che cosa significa vocazione? Ci aiuti a trovare una definizione che sia calzante?

«Premetto che sicuramente quello della vocazione è un tema amplissimo, molto sentito oggi nella chiesa: io sono sicuramente una tra le ultime persone a poterne parlare. Ma, ritenendo importante affrontare questo tema, intendo rifarmi alla mia personale esperienza di insegnante e di donna che si trova a stare spesso in mezzo ai giovani. Soprattutto mi rifarò alle parole dei saggi della Chiesa che in questi anni ho avuto modo di leggere ma anche di moderni teologi che in qualche modo mi sono stati di ispirazione».

La mia vita è voluta. «Credo che avere una vocazione si possa tradurre come comprendere, capire che la mia vita è voluta da qualcuno. Questo punto di vista allarga fortemente la mia prospettiva, perché in quest’ottica il mio progetto di vita non è più soltanto il mio, ma è un progetto più grande, del quale ci sono parti che ancora non sono chiare, non mi sono state svelate. Ed è un progetto al quale ogni giorno devo lavorare»

La chiamata, per tutti. «Proprio perché si parla di vocazione, bisogna chiarire che il primo passo è la chiamata. La vocazione è una chiamata, cioè la mia vita è voluta, desiderata e chiamata da Qualcuno a qualcosa. Questo nuovamente mi costringe a guardare con uno sguardo più ampio. Chi mi chiama? A cosa? Solo queste due domande richiedono anni di profondo lavoro interiore ma scoprire la propria vocazione é anche questo; seppur possa sembrare un’impresa per titani è invece un cammino per tutti ed un profondo ma autentico lavoro su di sé. I frutti di questo cammino non sono solo la comprensione della propria vocazione bensì il cammino stesso in una ricerca continua di appartenenza (chi mi chiama) e di senso (a cosa mi chiama).

Troppo spesso identifichiamo la vocazione con la vocazione alla vita consacrata, che è chiaramente una realtà, ma nel concreto tutti siamo “vocati”, quindi chiamati, da qualcuno a qualcosa. Quello di capire a cosa e da chi..è il “lavoro” che dobbiamo fare tutti, ogni giorno».

Il progetto. «Ovviamente nella prospettiva cristiana, che è poi lo sguardo con cui le persone di fede cercano di guardare alla vita, la mia vita è voluta da Qualcuno non solo in termini vocazionali, ma c’è Qualcuno che ha un progetto per me. Il primo passaggio quindi è comprendere che Dio ha un piano per me, bellissimo, molto più bello di tutto quello che io posso immaginare. D’altronde posso sognare io più in grande di Dio? Difficile. 

Ciò non vuol dire che esiste già un libro pronto e noi dobbiamo ricalcare esattamente quello che già c’è scritto. No di certo: si tratta di una pagina bianca che il Signore ci mette davanti, che lui ha voluto per noi. E ha pensato a questa pagina in una dinamica di amore grandissima, talmente grande che ci lascia liberi di scrivere all’interno, così come ci lasciala possibilità di rifiutare di farlo. Ma la vocazione per il cristiano (questo mi preme dirlo perché fa parte anche della mia storia), è sentire che la mia vita è chiamata, prima di tutto da Dio, ad essere secondo un progetto che è molto più grande di quello che immagino io, che è poi il Suo progetto per me. E poiché ripetiamo tutti i giorni “non la mia ma la sua volontà” il desiderio di comprendere quale sia la mia vocazione deve spingermi tutti i giorni non nel senso di assecondare i miei desideri ma nel senso di farmi fare grandi passi (anche se talvolta faticosi)». 

Non siamo abbandonati al caso. «Leggere le cose in questa prospettiva sicuramente ci mette di fronte a tante incertezze. E’ normale avere un senso di vertigine e chiedersi: “sì ma quindi qual è la mia vocazione? Se è più grande di quella che immagino io, dove vado a pescarla? Come faccio a capirla?”. Vero, da questo punto di vista sicuramente le cose si complicano, ma da un altro punto qualcosa di molto più significativo si arricchisce, ovvero la consapevolezza della certezza che non siamo abbandonati al caso, ma c’è qualcuno che mi ha chiamato per nome, che mi ha dato l’esistenza, che pensa a me. Questo troppo spesso lo diamo per scontato: c’è qualcuno che in questa vocazione mi chiama e nel chiamarmi ha già pensato a me, sta tuttora pensando a me. Non siamo soli. Credo che questa sia una prospettiva fondamentale sul tema della vocazione e del discernimento vocazionale, che vale per ciascuno di noi».

Come direttrice del Collegio, cosa significa per te la vocazione a fare questo lavoro? Come hai capito che era proprio la tua?

 

«Francamente ci sono giorni in cui mi sveglio e mi domando ancora oggi quale sia la mia vocazione completa, finita, di vita. Finita qui lo intendo nell’accezione di esaustivo, completo. Per la fine vorrei avere ancora tempo..!  Credo che la frequenza con la quale mi pongo questa domanda vada tuttavia di pari passo con le fatiche spirituali che, come tutti i credenti, sperimento».

Al servizio dei giovani. «Sicuramente posso dire di aver capito, ad un certo punto della mia vita, che la mia esistenza doveva essere al servizio dell’altro. E doveva farlo in modo diretto, secondo quello che sono i doni che il Signore mi ha fatto, come ad esempio la capacità di stare in mezzo ai ragazzi, di ascoltarli, di accompagnarli per un tratto più o meno lungo della loro esistenza. Quindi in qualche modo ho compreso che dovevo spendere quelle che potevano essere delle mie attitudini per servire l’altro. Negli anni ho capito che fondamentalmente la mia vocazione ancora oggi è rispondere per come posso (tutte le volte mi sembra di farlo in modo non esaustivo, anzi direi proprio male, però ci provo sempre lo stesso!) alla domanda di senso sulla vita dei giovani ma soprattutto alla loro domanda di amore. Perché in fondo i ragazzi, dietro tutte le loro inquietudini e fatiche, portano con sé (un po’ come tutti noi), un grande bisogno di amore. Io volevo in qualche modo che anche la mia vita lavorativa potesse dare un supporto per contribuire anche in minima parte a questo scopo. Ma come mettere in pratica questa consapevolezza? Ho cercato di tradurlo in qualcosa di concreto: ho iniziato a stare con i giovani quando ero ancora una ragazza, negli oratori attraverso la Pastorale Giovanile e nei campi estivi per poi passare a qualcosa di ancora più elaborato come l’insegnamento e il mio impegno come direttrice del Collegio Santa Chiara».

Qual è la vocazione di questo edificio e come l’hai dedotto? 

 

«Il Santa Chiara nella mia storia è comparso ben prima del Collegio stesso. Andando un po’ indietro nel tempo, posso dire di aver dedotto per la prima volta la sua vocazione quando, tantissimi anni fa, collaborando con il servizio di pastorale giovanile, erano stati accolti i membri del Gen Rosso nel Santa Chiara in occasione della missione diocesana cittadina: il Gen Rosso aveva fatto uno spettacolo con i giovani delle scuole superiori. Al tempo io collaboravo con la Pastorale Giovanile: mi ero data disponibile per mettere un po’ a posto quello che oggi è il secondo piano delle stanze del Collegio per accogliere i membri del Gen e i volontari. Quando siamo entrati, erano già alcuni anni che il complesso non era più abitato. Quello che mi ha immediatamente colpito è stata sicuramente la configurazione architettonica, che rispondeva esattamente alle esigenze di un istituto per giovani: camere doppie, triple, corridoi ampi, grandi spazi. Ho poi scoperto al suo interno una storia di vissuti giovanili: era ancora pieno di foto degli annuari precedenti (di quando il Santa Chiara fu Collegio Vescovile), foto dei giovani sacerdoti del seminario che avevano vissuto all’interno di queste mura quando era ancora sede del seminario Vescovile Diocescano. Era impossibile non comprendere che il Santa Chiara era da sempre stato abitato, per più generazioni e con modalità differenti, da giovani. Questa mia prima impressione si è confermata quando, sempre all’interno del Complesso Santa Chiara, ho frequentato l’Istituto di Scienze Religiose per cinque anni, laureandomi prima alla triennale poi alla magistrale: un’altra occasione in cui di fatto venivano chiamati i giovani ad abitare questo luogo. Quindi ho compreso, attraverso la storia di questo edificio ma anche attraverso i vissuti che ho scoperto al suo interno, con foto, e tantissimi ricordi, che questo luogo in realtà era da sempre stato casa per i giovani. Un dato che ritroviamo anche oggi perché ci sono persone che adesso non sono più tanto giovani ma che quando rimettono piede in Collegio rivivono e condividono con piacere tutti i loro ricordi».

Parliamo ora dei ragazzi che vivono nel nostro collegio: come équipe educativa che cosa fate per la loro vocazione, come li aiutate a capire quale è la loro?

 

«Come aiutare una persona a capire qual è la sua vocazione è un lavoro estremamente complicato. Penso ai tanti padri spirituali che ho conosciuto e che con i propri figli spirituali in tema vocazionale hanno senza dubbio avuto un gran da fare. Come équipe educativa contribuiamo a far sì che i giovani che vivono all’interno del Collegio possano anzitutto domandarsi della loro vocazione: sembra scontato, ma non lo è. Perché chiedersi della propria vocazione, come dicevo prima, significa anche un po’ allargare lo sguardo. Può voler dire ad esempio sperimentare una crisi, che potrebbe concretizzarsi in un esame che non va mai, una fatica nella convivenza, una difficoltà familiare. Questa crisi va vissuta come un’occasione di crescita: tante volte il Signore si serve delle nostre crisi per farci crescere! Questo lo dico come cristiana, ma potremmo dire che l’esperienza della crisi in generale è un’esperienza che porta con sé tante difficoltà ma anche delle opportunità».  Amare i giovani. «Come presenza educativa in collegio, cerchiamo innanzitutto di accompagnare i nostri ragazzi in modo che facciano di questo tempo universitario in collegio un’esperienza vissuta, cioè un passare consapevolmente attraverso le cose, quelle belle ma anche quelle brutte, cercando di guardare alla propria vita mantenendo sempre una visuale ampia, capace di mettersi in gioco. 

Dentro questo sta poi anche quello di cui parlavo prima, cioè il sentirsi amati. È chiaro che per noi la vocazione è essere anzitutto amati dal Signore. Ma per i giovani il bisogno di amore è proprio concreto: hanno bisogno di sentirsi amati, voluti, osservati, guardarti da qualcuno! È così che la mia vita sperimenta un’appartenenza e quindi riesco a vivere le cose e a camminare in un certo modo. Come équipe educativa di collegio facciamo sicuramente questo tentativo, ovvero quello di stare accanto ai ragazzi provando ad amarli. E amarsi veramente per ciò che si è, in modo libero, lo garantisco non è mai facile ma è anche un’impresa bellissima. A volte mi piace dire che il nostro lavoro è proprio questo: amare i giovani!»

Un cammino in cui non sono solo. «Ora non posso sbilanciarmi troppo, bisognerebbe chiedere a loro se in effetti si sentono amati ma credo di poter dire che questo amore scrive nella loro vita: magari all’inizio non lo comprendono, talvolta lo rifiutano, talvolta non lo percepiscono tuttavia diventa poco alla volta qualcosa di arricchente, diventa un’opportunità della mia vita, un elemento positivo che non li fa sentire soli, che li sostiene. Certo, capire esattamente qual è la loro vocazione è un lavoro molto più faticoso. Magari non saremo noi a fargliela comprendere, ma sicuramente quella in Collegio è un’esperienza autentica che partecipa a questo cammino di ricerca di ogni giovane! Qui tutti ci mettiamo in gioco, non si può barare o almeno non a lungo, nella comunità si vive insieme e questo tira fuori veramente tantissimo di ciascuno.  Ci alleniamo così a guardare la nostra vita come ad un progetto che va scritto con pazienza e come qualcosa che Qualcuno ha chiamato; qualcosa a cui Qualcuno ha già pensato (per amore) e che desidera che si compia nel migliore dei modi. 

C’è un progetto per me, e tra alti e bassi devo cercare di procedere in questa direzione: all’interno del Collegio sicuramente sono provocato a fare questa ricerca e ancor più, non sono solo in questo cammino».

 

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